Essere Pace

Trasformarsi e Guarire

Il fiume delle sensazioni

Le sensazioni giocano un ruolo molto importante nel determinare il corso dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Dentro di noi c’è un fiume di sensazioni, in cui ogni goccia d’acqua è una sensazione diversa e ciascuna deve la sua esistenza a tutte le altre. Per osservarlo, ci sediamo sulla riva e riconosciamo ogni sensazione nel suo affiorare, scorrere e svanire.

Le sensazioni sono di tre tipi: piacevoli, spiacevoli e neutre. Nel caso di una sensazione spiacevole, la reazione più probabile è il desiderio di mandarla via. Però è più efficace riportare l’attenzione sul respiro e limitarci a osservarla con un atto di silenzioso riconoscimento: “Inspirando, so che in me c’è una sensazione spiacevole. Espirando, so che in me c’è una sensazione spiacevole”. Dare un nome alla sensazio-ne, come ad esempio ‘rabbia’, ‘dolore’, ‘gioia’ o ‘felicità’, ci aiuta a identificarla con chiarezza e a riconoscerla più profondamente.

Il respiro può essere un mezzo per prendere contatto con le nostre sensazioni e accettarle. Se il respiro è leggero e tran-quillo, come ettetto spontaneo della respirazione cosciente, il corpo e la mente piano piano diventeranno leggeri, tranquilli e limpidi e le sensazioni faranno altrettanto. L’osservazione consapevole si basa sul principio della ’non-dualità: la nostra sensazione non è separata da noi né è il semplice prodotto di un agente esterno; la sensazione è noi, e per il momento noi siamo quella sensazione. Non ci affoghiamo dentro, non la guardiamo con terrore e nemmeno la rifiutiamo. Questo atteggiamento di non rifiuto e di non attaccamento nei confronti delle sensazioni è la disponibilità a lasciar andare, una componente importante della pratica meditativa.

Porci di fronte alle sensazioni spiacevoli con sollecitudine, affetto e non violenza, ci mette in grado di trasformarle in un’energia che è benefica e nutriente. Grazie al lavoro di osservazione attenta, le nostre sensazioni spiacevoli diventano strumenti di conoscenza che ci fanno vedere e comprendere tanti aspetti di noi stessi e della società.

Trasformare le emozioni

Il primo passo nel lavoro con le emozioni è riconoscerle nel momento in cui affiorano. La responsabile di questa operazione è la consapevolezza. Nel caso della paura, ad esem-pio, si tratta di attivare la consapevolezza, guardare la propria paura e riconoscerla come tale. Sapete che la paura nasce da voi, proprio come la consapevolezza. Sono entrambe dentro di voi e non sono in conflitto, ma l’una si prende cura dell’altra.

Il secondo passo è diventare tutt’uno con l’emozione. È meglio non dire: “Vattene, paura. Non mi piaci. Tu non sei me”. È molto più efficace dire: “Ciao, paura. Come va og-gi?”. Allora potrete invitare i due aspetti di voi, la consapevolezza e la paura, a darsi un’amichevole stretta di mano e diventare una cosa sola. Può sembrare un’operazione perico-losa, ma poiché sapete di essere qualcosa di più della vostra paura, non c’è nulla da temere. Finché ci sarà la consapevolezza, sarà lei a tener d’occhio la paura. La pratica fondamentale è alimentare la consapevolezza con la respirazione cosciente, tenerla pronta, forte e vitale. Anche se al principio potrà mancare di vigore, nutrendola diventerà più robusta. Finché c’è consapevolezza, non c’è pericolo di affogare nella paura. In realtà, cominciate a trastormarla nel preciso istante in cui date vita alla consapevolezza dentro di vol.

Il terzo passo è calmare l’emozione. Affidata la paura nelle mani esperte della consapevolezza, cominciate a calmarla: “Inspirando, calmo l’attività del corpo e della mente”. Calmate le emozioni con la vostra semplice presenza, come una madre che tiene in braccio il suo bambino che piange. Avvertendo la tenerezza della madre, il bambino si calmerà e smetterà di piangere. La madre è la consapevolezza, nata dalle profondità della vostra coscienza, pronta a prendersi cura della sensazione dolorosa. Una madre che tiene in braccio il suo bambino è tutt’uno con lui. Se la madre pensa ad altro, il bambino non si calmerà. La madre deve lasciare da parte tutto il resto e dedicarsi completamente al bambino. Perciò, non scansate la vostra emozione. Non dite: “Non conti nien-te, sei solo un’emozione”. Diventate una cosa sola. Potete dire: “Espirando, calmo la mia paura”.

Il quarto passo è lasciar andare l’emozione, mollare la pre-sa. La calma raggiunta vi fa sentire a vostro agio anche nella morsa della paura e non temete più che raggiunga livelli intollerabili. Rendervi conto che siete in grado di gestire la vostra paura già la ridimensiona, la rende meno aspra e più tol-lerabile. Ora potete sorriderle e lasciarla andare; ma non fermatevi lì. Calmare e lasciar andare alleviano solo il sintomo. Ora avete l’occasione di andare più a fondo e trasformare le radici della vostra paura.

Il quinto passo è osservare in profondità. Esaminate a fondo il vostro bambino — il vostro sentimento di paura - per capire cosa c’è che non va, anche dopo che il bambino ha smesso di piangere, anche quando la paura non c’è più. Non potete tenerlo in braccio continuamente, perciò dovete esaminarlo a fondo per ricercare le cause del disagio. Osservan-do, capirete cosa vi serve per cominciare a trasformare l’emo-zione. Vi renderete conto, ad esempio, che la sua sofferenza ha molte cause, interne ed esterne al suo corpo. Se la causa è nell’ambiente e voi sistemate le cose occupandovi della situazione con tenerezza e sollecitudine, il bambino si sentirà me-glio. Esaminando a fondo il vostro bambino capirete cos’è che lo fa piangere, e una volta che l’avrete capito saprete cosa fare e cosa non fare per trasformare l’emozione ed essere liberi.

Trasformarsi e guarire

È un processo simile alla psicoterapia. Il terapeuta e il suo paziente esplorano insieme la natura del dolore. Spesso il terapeuta identifica le cause della sofferenza nell’atteggiamento mentale del paziente, nelle opinioni che nutre su se stesso, la sua cultura, il mondo. Il terapeuta esamina punti di vista e opinioni insieme al paziente e collabora con lui per affrancar-lo dalla prigione in cui è rinchiuso. Ma gli sforzi del paziente sono essenziali. Un insegnante deve dar vita all’insegnante che è nel suo allievo, così come uno psicoterapeuta deve dar vita allo psicoterapeuta che è nel suo paziente. Allora lo ‘psicoterapeuta interiore’ del paziente può lavorare a tempo pieno con grande efficacia.

Il terapeuta non cura il paziente trasmettendogli semplicemente un altro sistema di credenze, ma cerca di aiutarlo a capire quali idee e opinioni sono all’origine della sua sofferen-za. Molti pazienti vogliono sbarazzarsi dei propri sentimenti dolorosi ma non vogliono affatto sbarazzarsi delle opinioni e dei punti di vista che sono alla base di quegli stessi sentimen-ti. Perciò terapeuta e paziente devono collaborare per aiutare il paziente a vedere le cose come sono. Lo stesso vale quando cerchiamo di trasformare le nostre emozioni attraverso la consapevolezza. Dopo averla riconosciuta, abbracciata completamente, calmata e lasciata andare, possiamo esaminare a fondo le cause dell’emozione, che spesso si basano su percezioni distorte. Non appena ne comprendiamo le cause e la natura, le nostre emozioni cominciano a trasformarsi.