di Ajahn Sumedo
Riflettiamo sulle cose come sono, su questo tempo tropicale, per esempio. Un atteggiamento di accettazione ci consente di essere ricettivi verso la vita senza tentare di controllarla, fuggire o resistere. La ricettività si contrappone alla resistenza. Culturalmente, siamo condizionati ad opporre resistenza. C’è una paura ad essere aperti e ricettivi, come se così facendo noi dovessimo permettere a qualcosa di impossessarsi di noi. Sentiamo di dover sviluppare una qualche forma di protezione per evitare di essere annientati o sfruttati, è una sorta di paranoia mentale. Possiamo anche avere l’attitudine di dover resistere al male, dover uccidere il diavolo e distruggere le forze del male.
Quello Buddhista è un approccio di amorevole gentilezza (metta), di aperta accettazione verso ogni cosa così com’è. Assumendo fino in fondo l’amorevole gentilezza, tutti i fenomeni condizionati sono accettati per quello che sono. Questo non significa che si approvi ogni cosa; sono semplicemente accettati. Ogni cosa deve essere così com’è in questo momento. Non puoi dire “non voglio che il meteo sia così” oppure “non voglio che le cose siano così”. Se fai così non stai accettando le cose come sono e stai generando sofferenza intorno a qualcosa che non ti piace oppure non vuoi.
Puoi anche provare amorevole gentilezza per la tua avversione per come sono le cose, in modo da non criticare nemmeno te stesso per il fatto di essere critico. Provare angoscia e repulsione per se stessi perché si è critici o egoisti è un’altra trappola della mente. Anche mentre sei seduto qui odiando te stesso, pensando che sei egoista e critico e che non sei una bella persona, puoi provare metta per questo; puoi provare amorevole gentilezza per la mente critica. L’accettazione paziente è la non avversione a tutto ciò che sta accadendo adesso. Ogni cosa viene accettata, senza lasciare niente fuori. Non ci sono incertezze o eccezioni.
L’altro giorno stavo dando una conferenza su come cambiare il proprio atteggiamento da negativo a positivo e qualcuno si è risentito. Questa persona si infastidisce molto se io insinuo che bisognerebbe in modo positivo, come nel potere del pensiero positivo. Ma come fa a sapere che io lo intenda proprio nel modo in cui lo prende? E riguardo a resistenza ed accettazione? Questa è resistenza. Avere metta per la resistenza è un’attitudine della mente, non una posizione da prendere. Non è che dobbiamo fare nostra l’idea di avere amorevole gentilezza per ogni cosa, perché allora sentiremmo che non amiamo mai abbastanza. Potrà sempre esserci qualcosa o qualcuno nella nostra vita per cui non riusciamo a generare nessun sentimento positivo. Viene fatto il suo nome e vai su tutte le furie. Tu pensi “dovrei essere in grado di avere metta per questa persona” e “dovrei essere capace di perdonare” ma quando il nome di quella persona affiora nella tua coscienza non ci riesci; non funziona. Non puoi semplicemente dire “Possa tu stare bene” senza sentirti amareggiato e ipocrita. Il meglio che tu possa fare è dire a malincuore “Possa tu stare bene”.
A volte la metta viene presentata come una sorta di idea positiva, dove noi stiamo solo dicendo tante cose carine ed augurando il bene di tutti ed è tutto bello e buono ma sotto sotto possa esserci un vulcano di rabbia e risentimento. L’idealismo è una funzione della mente. Pensa ai più alti ideali di amore eterno e amore per tutti gli esseri senzienti. L’amore incondizionato è un ideale. Con l’intelletto possiamo creare degli ideali su come le cose dovrebbero essere se fossero perfette e quella è una funzione della mente. E potremmo farci ispirare da questi ideali. E parlando di amore, perdono e amorevole gentilezza potrebbero venirci le lacrime agli occhi per la gioia di avere degli ideali così elevati. E poi, dopo avere diffuso amorevole gentilezza in tutto l’universo potrebbe accadere qualcosa - qualcuno sbatte una porta per esempio - e tutto ad un tratto siamo arrabbiati. E ora diventiamo confusi perché la rabbia non rientra nell’ideale. Nondimeno rabbia e collera sono emozioni che tutti noi sperimentiamo e così può nascere una guerra tra i nostri ideali e le nostre emozioni.
Una volta è venuta da me una donna, una donna ben istruita, ed era in uno stato emotivo. Cominciò a piangere e diceva “mi dispiace, lo so sono una sciocca. Sono così sciocca e stupida. Piangeva e diceva “so che è ridicolo ma non riesco a smettere”. Il suo intelletto non approvava in nessun modo; l’intelletto era molto duro: non dovresti piangere. Non dovresti essere così, piagnucolona e debole. Stai perdendo il controllo. Ti stai disonorando. Si può essere molto duri e tiranni sul piano intellettuale: se fossi una donna tutta d’un pezzo non piagnucolerei in questo modo. Dovrei mantenere il controllo. Ma guardami! Sono un ammasso di gelatina davanti a questo monaco. Deve pensare che sono solo un’altra di quelle donne emotive. Possiamo essere molto crudeli con noi stessi, molto giudicanti: non dovrei essere così. Non dovrei provare questo genere di sentimenti. Se fossi una persona decente non avrei mai fatto le cose che ho fatto. I tiranni interiori sono instancabilmente duri, crudeli e giudicanti. È la mente giudicante che pensa in termini di come le cose dovrebbero essere. Ma gli ideali non sentono niente. Quando ti attacchi ad un ideale non senti la vita in quel momento. Puoi essere molto insensibile verso qualcuno che ha dei problemi perché sei attaccato agli ideali. Anche l’ideale della sensibilità non è sensibile. Possiamo affermare di dover essere sensibili l’uno con l’altro, prenderlo come un ideale e non essere per niente sensibili; possiamo semplicemente chiuderci completamente mentre ci attacchiamo all’ideale della sensibilità.
Nella consapevolezza contemplativa, invece, diciamo che la sensibilità è questa, la senti così. Viviamo in un regno di percezioni; non in un regno di ideali, un’utopia. Questo regno contiene ogni cosa, il meglio, il peggio e tutte le gradazioni che ci sono in mezzo, dalle sottigliezze sofisticate della bellezza, dell’estetica e dell’amorevolezza alle condizioni più orribili, grossolane e disgustose. Nella consapevolezza contemplativa dunque noi non giudichiamo, ci limitiamo a notare che la vita è così. Non è ciò che dovrebbe essere secondo un ideale ma è così com’è.
Le abitudini che abbiamo acquisito, le abitudini emotive, il modo in cui reagiamo alle lodi e al biasimo, al successo e al fallimento, alla malattia e alla saluta, la prosperità, la depressione, l’entusiasmo e a tutte queste cose, non son razionali; non sono ideali. L’intelletto è razionale, ma le emozioni sono fatte così. Puoi piagnucolare sul pavimento come una massa di gelatina. Quello non significa essere ragionevoli o razionali, no? E la tua mente razionale può essere critica e dire “non dovresti essere così”. Può giudicare secondo degli ideali.
Nella mia esperienza di vita personale, quando ho raggiunto i trenta fui sconvolto dalla scoperta che, emotivamente, ero ancora immaturo. Pensavo che a trent’anni ero vecchio, che la gioventù era ormai andata ma emotivamente mi sentivo molto infantile. Fu una realizzazione orribile. Fisicamente ero maturato, intellettualmente ero cresciuto e potevo considerarmi maturo. Un amico mi chiese “perché sei diventato monaco?” io gli risposi perché avevo sofferto molto. Lui disse “Tu hai sofferto?” e io dissi “Si, ho sempre sofferto” e lui “Non sembrava che tu stessi soffrendo. Sembravi sempre così felice”. “Io? Non sapevo di sembrare felice perché no lo ero”. Questa apparenza di felicità era forse la mia immagine, come mi presentavo. Lui fu sorpreso dal fatto che io avevo sofferto mentre io pensavo che tutti potessero vederlo, pensavo che fosse evidente come il naso sul mio volto.
Potevo recitare un ruolo al momento opportuno ma nella quiete della mia stanza non era così. Non ero maturo e calmo, un uomo che teneva insieme la sua vita; ero terrorizzato e mi sentivo insicuro, deluso dalla vita e avevo reazioni infantili. E allora cosa fai in una situazione del genere? Come puoi cambiare? Il tiranno interiore diceva “Va bene, cresci.” ed io ci provai, provai a comportarmi come se fossi cresciuto. Non è che andavo in giro a fare i capricci davanti alle persone ma a volte i capricci erano interiori. Potevo ridere, fumare una sigaretta e bere un cocktail ma dentro ero tutto tranne che forte e calmo.
La meditazione era la luca in fondo al tunnel, l’unica speranza che avevo di crescere, di maturare davvero e raggiungere l’illuminazione, una completa liberazione. Perché cercare la maturità in una società infantile? La società è molto infantile, almeno quella in cui avevo vissuto. Le persone erano vane e in quei giorni nessuno sembrava interessato allo sviluppo spirituale. Se parlavi di queste cose la gente ti guardava come se avessi detto qualcosa di inappropriato o che eri uno stupido. Le persone che conoscevo erano solo interessate alle apparenze, la moda, i movimenti politici, provare a migliorare il mondo e così via ma sul piano dello sviluppo spirituale nessuno sembrava avere la benché minima inclinazione.
Mentre mi esercitavo e vivevo questi ultimi trentatré anni da monaco, ho avuto l’opportunità di raggiungere la radice del problema. Questa strada di consapevolezza intuitiva, vacuità, può risolvere le nostre abitudini emotive. Esiste un modo per liberare noi stessi da quelle reazioni abituali ed è l’unico modo che trovato che funzioni. Discutere continuamente e pensarci continuamente porta solo a girare in tondo. Ciò di cui abbiamo bisogno è la fuga dal regno condizionato. La consapevolezza apre le porte alla immortalità, apre la mente e il cuore alla realtà immortale, al Dhamma, dove le abitudini emotive possono essere liberate dalla mente. Altrimenti, come Ajahn Sucitto ha detto una volta “è come riordinare le sdraio sul Titanic”. Cercare di cambiare le condizioni è come riordinare i mobili, sei stanco del divano sul quel lato della stanza e così lo sposti da questa parte. Quello è il massimo che puoi fare. Se cominci a vedere la via d’uscita, invece, allora vedi che la mindfullness (la consapevolezza ndr) è il percorso verso l’immortalità.
Per l’intelletto è facile giudicare le emozioni. Possiamo condannare noi stessi per averle, per provare quel senso di disperazione e inutilità verso noi stessi perché sembra che rigurgitiamo continuamente sempre la stessa roba. La metta allora è vero l’intelletto, il tiranno interiore, l’autocritica. Metta è la volontà di accettare le cose come sono senza condizioni. Non è come un accordo che fai “Ti accetto solo se cambi. Ti sposo se mi prometti di cambiare i tuoi modi e fai quello che voglio”. È così che alcune persone si relazionano con gli altri “posso amarti solo se ti comporti bene. Se ti comporti in modo appropriato, allora ti amerò. Ma se ti comporti male e non mi rispetti allora non ti amo più”. Quello è amore condizionato, no? Amore incondizionato, la metta, non mette condizioni. Non importa quanto sia sgradevole, ti amo ancora. Non importa quanto orribile tu diventi, ti amo ancora. Non c’è niente che possa distruggere il mio amore per te. Puoi essere l’essere umano più maniacale, orribile e sgradevole nel mondo, puoi diventare un demonio ma niente può diminuire o sporcare quell’amore incondizionato. Ora forse starete pensando a dei modi per mettermi alla prova.
Questo amore incondizionato non significa necessariamente piacere o approvare. La parola “amore” viene spesso usata per significare “mi piaci e ti approvo” ma l’amore incondizionato e la metta non è una questione di piacere. Tu hai metta per ciò che non ti piace e anche per ciò che ti piace. Puoi avere metta per i diavoli. Puoi amare i tuoi nemici nel senso Cristiano di amare il tuo nemico. Questo non significa che ti piaccia il tuo nemico. Se qualcuno vuole ucciderti non può piacerti. Piacere è una cosa diversa, no? Piacere è quando le persone fanno cose che approvi, è buono e ti piace il buono. L’amore incondizionato non è questione di piacere ma di non odiare, non condannare, accettare, essere pazienti, essere non-critici verso ciò che è, sia essa la rabbia o il tiranno interiore, le emozioni immature o i pensieri stupidi e insensati che fai. L’amore incondizionato o metta non mette condizioni; è come è e tutte le condizioni sono impermanenti.
Applicalo alla tua pratica. Quando cose negative e oscure emergono nella coscienza, pratica dicendo a te stesso “io lo accetto”. Abbraccialo veramente e osserva cosa accade. Con il suono del silenzio puoi interrompere il pensiero così non ci pensi più e cominci a sentirlo. Raggiungi il sentimento nudo e crudo. Accoglilo in completa accettazione, in modo acritico e paziente e osserva cosa accade. Prova questa pratica verso te stesso. Ora stai liberando queste emozioni irrisolte e immature. Stai risolvendo queste emozioni invece di manipolarle, riordinarle o sopprimerle. E allora esiste una via d’uscita, esiste una via di libertà e liberazione anche nelle limitazioni del kamma umano.
A volte scopriamo che la vita è una vera sfida. Abbiamo il nostro tallone di Achille, il nostro punto debole e veniamo colpiti lì, cadiamo a pezzi, crolliamo in un mucchio. Allora è importante sapere dove sono i nostri punti deboli, non per criticarli ma per essere più preparati. Scopro che adesso ho la capacità di entrare nella fossa dei leoni, per così dire, come Daniel. Una volta ero un codardo e non mi avvicinavo nemmeno alla fossa dei leoni. Se la fossa dei leoni era la, io camminavo di qua. Ora io voglio entrarci perché ho imparato a gestire le situazioni astiose, minacciose o spaventose. Ma io vi esorto a lavorare sulle piccole cose della vita di tutti i giorni, le cose meschine. Non c’è bisogno di aspettare i grandi momenti, sapete, quando ci sono i veri leoni in giro. Probabilmente nessuno di noi dovrà entrare in una vera fossa dei leoni, naturalmente o essere crocifisso su una croce o niente di drammatico. Probabilmente è solo che invecchieremo, diventeremo più piccoli, perderemo le nostre capacità, la vista se ne va, l’udito se ne va e così via. Alcune persone muoiono in modo grandioso o stimolante ma la maggior parte di noi semplicemente fa i bagagli e se ne va. Ma va bene così, no? Se è così che è allora quello è Dhamma.
A volte veniamo criticati per evitare le emozioni, per essere degli aggiratori spirituali. Questa è una espressione che ho sentito applicare a me. Dicono “tu stai aggirando la tua vita emotiva”. Oppure esistono persone alle quali piace parlare un sacco dei loro sentimenti. Certamente questo ha un certo valore, specialmente se hanno sempre tenuto per sé i propri sentimenti ma parlare indefinitamente dei loro sentimenti significa ancora essere nella trappola della visione del “sé”. E poi quelli che voglio sempre parlare dei propri sentimenti possono essere molto noiosi per gli altri.
Allora il modo di affrontare i sentimenti e le emozioni non è evitandoli o giudicando o cercare di cambiarli ma accettarli direttamente, conoscerli per quello che sono. All’inizio è molto difficile perché c’è un sacco di resistenza abituale alle emozioni. Cominci a notare com’è la resistenza, questa tendenza a rigettare o non gradire l’esperienza emotiva, a sentirti scomodo, imbarazzato o a disagio e a voler fuggire quando le persone diventano emotive. In questa pratica di consapevolezza intuitiva, comunque, possiamo avere metta per il nostro imbarazzo e per tutto senza eccezioni. Altrimenti diciamo “devo entrare più in contatto con le mie emozioni”. Abbiamo queste idee “non sono in contatto con le mie emozioni e allora devo entrare in contatto con esse”. Puoi aggrapparti a questa idea di essere uno che non è in contatto con le proprie emozioni e che deve diventare uno che invece lo è. Allora provi a cambiare e provi a sentire ogni cosa e ad essere emotivo secondo quello che vuoi o che ti sei convinto come dovrebbe essere invece di avere metta e lasciare accadere, lasciarla fluire.
In quanto Buddhisti prendiamo rifugio nel Buddha, nel Dhamma e nel Sangha prendere rifugio nel Dhamma vuol dire prendere rifugio nella consapevolezza intuitiva. Ci facciamo guidare dal Dhamma. Ci affidiamo e restiamo in silenzio e attenzione e se vediamo resistenza possiamo avere metta per essa. Pensare “sto cercando di accettarlo ma ho questa terribile abitudine alla resistenza” ci riporta a “sono uno che ha questa abitudine che non dovrei avere. Dovrei saper accettare i miei sentimenti ed entrare in contatto con i miei sentimenti ma a volte non ci riesco, non fa per me”. Allora siamo di nuovo nella stessa trappola perché una condizione non può conoscerne un’altra. Solo l’incondizionato conosce il condizionato. Il condizionato non può conoscere l’incondizionato. Quando ci aggrappiamo alle condizioni, non possiamo comprendere l’incondizionato, la realtà ultima. Quando siamo in quel regno del condizionato ci spostiamo da una condizione all’altra e non c’è modo che una condizione possa realmente conoscerne un’altra; possiamo solo associare una condizione all’altra. Nella consapevolezza intuitiva, invece, possiamo conoscere il condizionato come condizionato, possiamo conoscere il mondo come mondo, conoscere la rabbia come rabbia, conoscere l’avidità come avidità, conoscere la sofferenza come sofferenza, possiamo semplicemente conoscere in modo diretto ciò che è senza critica, senza condannare niente. Le cose posso essere lasciate accadere e muoversi secondo il Dhamma, secondo come le cose sono. Se volessimo parlare in termini di esseri illuminati, potremmo dire che un essere illuminato è solo un raggio di luce, non è un aggiratore spirituale che siede sotto l’albero dicendo “non voglio sapere”. C’è questa immediatezza, questa consapevolezza intuitiva che non è intellettuale. Possiamo realmente vedere e conoscere direttamente le cose come sono, molto chiaramente non teoricamente, non legati alle definizioni dei dizionari Pali o dei trattati Buddhisti. Possiamo conoscere realmente. Non è la conoscenza di qualcun altro, siamo noi che conosciamo e ci fidiamo. Questo è un rifugio, non è teorico o dipendente dalle interpretazioni degli insegnamenti scritturali. Gli insegnamenti del Buddha possono essere usati per la consapevolezza piuttosto che solo per collezionare un sacco di idee sul Buddhismo.
Quando liberiamo la mente dalle emozioni, cosa rimane? Siamo solo degli zombi senza vita? Forse le nostre emozioni ci danno un po’ di glamour e colore, ci danno i nostri caratteri e le nostre personalità uniche. Se non ce le avessimo, saremmo tutti uguali, come soldatini tutti con la stessa uniforme con la stessa espressione vuota? Oppure liberando noi stessi da questi vincoli, queste abitudini, scopriremo come vivere in un modo che è retta parola, retta azione, retta vita e così via? La liberazione di tutte le nostre emozioni non porteranno allo stare seduti sotto un albero in una specie di samadhi permanente dove i nostri occhi sono chiusi e noi non sentiamo niente, una situazione in cui la NATO può cominciare a bombardare o venti elefanti possono ballare sul tetto del tempio di Amaravati e noi non sentiamo niente.
Nel passato, da persona mondana, avevo sviluppato un modo di vivere in cui potevo proteggermi. Il mondo era, ed è, molto competitivo, almeno la società da cui vengo. Uno impara a giocare per sopravvivere e c’è una parte di te che si chiude, diventi insensibile. I monaci, d’altra parte, diventano sempre più sensibili. In un certo senso, questo può essere spaventoso perché mentre eri abituato ad essere molto duro, sai, “niente mi disturba!” improvvisamente scopri di non essere duro. Allora come interpreti quella sensibilità? Sul piano personale può essere molto spaventoso perché stai diventando troppo sensibile, sembra come se tu fossi più fragile e delicato invece che forte e irremovibile. Qualcosa che prima non di disturbava improvvisamente di manda in frantumi. Questo accade perché l’illusione di base è ancora lì. Stai vivendo una vita che si sta aprendo ma lo stai interpretando in modo personale. Non hai rifugio. Ti stai solo abituando alle modi che sono incoraggiati nella vita monastica.
Il senso di rifugio è molto importante, è lì che si ripone la fede nel Dhamma invece di, diciamo, una situazione perfetta con persone buone, morali e piacevoli. Questo rifugio è nella consapevolezza intuitiva, non è dipendente dalle buone maniere, dalla moralità e dal fatto che sono tutti buoni, bravi e piacevoli. Rifugio significa che io posso andare ovunque, posso andare nella fossa dei leoni o nel campo di battaglia, perché è irremovibile, immortale, non perfetto o speciale.
Se cominci a riconoscere sempre più la consapevolezza intuitiva, fidati di lei. Mettila alla prova e continua a lavorare nella vita di tutti i giorni. Puoi sviluppare consapevolezza su tante delle cose irritanti, frustranti, nella famiglia o nella professione o quello che sia. Potresti dover vivere con persone irritanti, volgari o egoiste ma tu puoi usare quelle situazioni per il Dhamma. Applicare tutto questo nel flusso della tua vita è come una sfida, e man mano che ne hai intuizione, cominci a fidarti. Vedi che funziona e questo aumenta la tua fede e la fiducia e così dopo un po’ senti un senso di incrollabilità o chiarezza mentale. La mente è chiara e incrollabile invece di andare su e giù con le emozioni o le condizioni fisiche in cui puoi trovarti.
[Ajhan Sumedho era abate del Monstero Buddhista di Amaravati, Hernel Hempstead, Inghilterra. Quanto qui riportato è tratto da una conferenza data durante un ritiro ad Amaravati nel maggio 1999. Cortesia del Monastero Buddhista Amaravati.]
https://buddhismnow.com/2011/02/12/liberating-emotions-by-ajahn-sumedho/